Insegnamenti settimanali del 10 dicembre – Anno 5 n. 35

La filosofia perenne

Alla base della motivazione a meditare ci sono i principi della Filosofia Perenne, il nocciolo comune a tutte le grandi religioni e filosofie del mondo; lo troviamo perfino, a uno stadio infantile, nelle religioni più antiche. Il filosofo tedesco Leibniz ha coniato questa espressione e Aldous Huxley nel suo libro La Filosofia Perenne ha sostenuto in modo convincente la sua esistenza. Matthew Fox in One River, many Wells ha esteso il campo delle corrispondenze tra le tradizioni sapienziali. Bede Griffiths spiega così questo insegnamento comune:” Quando la mente umana raggiunge un certo punto di esperienza, perviene a una identica comprensione e questo è ciò che costituisce la Filosofia Perenne.”

Fondativa della validità della meditazione è la fiducia, espressa nella Filosofia Perenne, nell’esistenza di una Realtà Suprema che è sia immanente universalmente nella creazione, sia ad essa trascendente. La realtà che noi possiamo comprendere con i sensi è inclusa in, e sostenuta da, questa Realtà onnipresente. La qualità essenziale di questa Realtà è che non può essere raggiunta o espressa da pensieri e immagini, cioè dalla mente razionale; essa è incomprensibile e ineffabile, e tuttavia possiamo entrarvi in contatto esperienzialmente. C’è qualcosa nel più profondo sé eterno di un essere umano, oltre l’ego personale, che è simile o anche identico a questa Realtà Suprema: è il fondamento del nostro essere individuale, ma anche di quello degli altri e di tutta la creazione; è qui che noi siamo un tutto unico. Siamo parte della rete della vita che tutto abbraccia; sebbene possiamo apparire disconnessi a livello superficiale, siamo tutti pozzi connessi alla stessa sorgente.

Questo concetto può sembrare difficile da accettare; tuttavia è una situazione non dissimile da quella che hanno affrontato i fisici quantistici, quando si sono resi conto che un campo quantico sottostà e sostiene tutta la materia. Sia i mistici sia i fisici quantistici hanno usato l’immagine del campo per descrivere la realtà con la quale sono venuti in contatto in modo esperienziale. Meister Eckart già nel quattordicesimo secolo disse: “L’anima è un campo.” Questo è uno dei molti modi in cui le scoperte della fisica dei quanti rispecchiano i racconti dei mistici. Queste somiglianze hanno dato ulteriore sostegno all’idea di una Filosofia Perenne.

Quando ci troviamo sul cammino spirituale, possiamo accorgerci di un diverso livello di coscienza e riconoscere la nostra natura spirituale perché la sperimentiamo. Allora il nostro essere energetico comincia a risuonare con l’energia simile nel Campo Divino e per mezzo di una disciplina spirituale potremo sintonizzarci sempre di più con tale energia; così diventiamo un tutto unico, in equilibrio e in armonia, con l’aiuto della Grazia Divina.

Possiamo concepire anche la ‘caduta’ della teologia cristiana in questo movimento lungo i poli della coscienza.

Come affermano un antico padre della chiesa, Origene, e poi Evagrio, padre del deserto, e più tardi Meister Eckart, i nostri spiriti sono eterni – siamo stati in origine tutt’uno con il Divino. Eravamo pura coscienza intuitiva. Come Origene ha spiegato, fu poi fatta la scelta di lasciare questo stato puro dell’essere, un atto di disobbedienza verso Dio. Perché questo accadde, nessuno lo ha mai spiegato chiaramente. Origene lo chiamò essere “sazi” o “negligenti”. Nella sua teologia l’unico che non fece ciò fu la pura coscienza di Cristo, che rimase in unione con Dio. Allora diventammo incarnati: ci fu dato un corpo e un’anima – la sede delle emozioni – ma abbiamo conservato la coscienza intuitiva originaria, il vertice dell’anima, lo spirito.

Forse è questo il significato reale di ‘peccato originale’. Avendo scelto di allontanarci dallo stato divino ed essendoci quindi incarnati, ne subiamo l’inevitabile conseguenza: cadiamo da un livello di coscienza più alto a uno più denso. Questa tuttavia non è una punizione, ma un’opportunità contenente in sé delle limitazioni: ci sono dati i bisogni di sopravvivenza, abbiamo bisogni sul piano materiale, ma ci è data anche la possibilità di non chiuderci nei confini dell’ ‘ego’ materiale e dei suoi bisogni di sopravvivenza, ma di ricordare invece la nostra origine divina attraverso la disciplina spirituale.

Anche san Paolo descrive il peccato in questi termini: “Coloro che vivono al livello della nostra natura più infima hanno una visione formata su questa natura, e ciò implica morte; ma coloro che vivono al livello dello spirito hanno una visione spirituale, e ciò è vita e pace.”  Non stava forse Paolo tracciando una distinzione tra diversi livelli di coscienza? Con natura infima poteva intendere gli impulsi dell’ ‘ego’. Poteva stare contrapponendo l’attrazione dell’ ‘ego’ e il ‘vero sé’.

Kim Nataraja