Anno 4 n. 52 Insegnamenti settimanali 9 aprile 2017

Mindfulness – una parte integrale della meditazione

Nel corso delle ultime settimane abbiamo parlato di come la mindfulness fosse già insegnata dal Padre del Deserto Evagrio nel IV sec. d.c. e come egli la ritenesse parte integrante del cammino spirituale. La considerava una via per “purificare le emozioni”, per poi restituirle a Dio e riportarle alla loro pura essenza originaria. Evagrio sottolineava che, se non diventiamo consapevoli delle modalità in cui le nostre emozioni sono state distorte dalle nostre esperienze condizionate, che hanno causato le ferite al nostro ego, succede che il nostro senso del sé superficiale, non riuscirà ad essere consapevole che le conseguenti energie negative, i nostri “demoni”, ci impediscono di vedere la nostre reale verità, quella degli altri, e quella di Dio stesso. In questo modo, saranno un ostacolo alla nostra crescita e alla nostra trasformazione in un essere umano “pienamente vivo”.

Nella nostra società secolare, molte persone iniziano ad avvicinarsi la mindfulness perché riduce lo stress – il tormento del nostro secolo – e di conseguenza aumentano un senso di benessere ed armonia con se stessi e con gli altri, rendendo la vita sul lavoro, più rilassante ed armoniosa. Per la stessa ragione, alcuni anni fa, la meditazione guadagnò una grande popolarità  ed anche i media ne diedero molto risalto. Ma poiché nasce da una tradizione spirituale, l’attenzione è stata spostata sulla mindfulness perché si suppone non abbia delle specifiche connotazioni religiose. E’ comunque interessante notare come, Jon Kabat-Zinn, il primo esponente della mindfulness, scoprì questa pratica della tradizione buddista che stava seguendo, e realizzò che molti dei suoi pazienti avrebbero potuto trarre beneficio da questa pratica ma allo stesso tempo, essere scoraggiati da qualcosa di troppo religioso.

Ponendo l’attenzione e recependo tutto ciò che succede nel nostro corpo e nella nostra mente, creiamo una distanza tra l’esperienza e noi stessi. Non siamo più sovrastati dai nostri pensieri e smettiamo di identificarci con essi. Presto diveniamo consapevoli che abbiamo delle sensazioni, emozioni, sentimenti e pensieri ma che non siamo le nostre sensazioni e i nostri pensieri. Siamo molto di più. E’ la ricerca di questo “più” che poi spesso ci conduce a ricercare delle vie spirituali che ci facciano scoprire il resto del nostro essere, il nostro essere spirituale, il nostro collegamento alla Realtà Divina.

Leggendo gli insegnamenti di Evagrio, impariamo che la preghiera è l’ingrediente più importante nel cammino spirituale. Il primo passo è “cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più”. (Mt, 6,33). Come per i Padri e le Madri del Deserto, il nostro fine nella meditazione è l’esperienza della presenza di Dio, il Regno di Dio. E il nostro cammino verso il Regno è possibile, focalizzando l’attenzione sulla nostra parola-preghiera. In questo modo, impariamo a lasciare andare i nostri pensieri ed evitiamo che essi ci intrappolino nel passato e nel futuro.

Ma Evagrio dice anche che nella vita di tutti i giorni segue una seconda pratica. L’attenzione che abbiamo rafforzato, focalizzandoci sul nostro mantra, Evagrio ci incoraggia a lasciare che la sua luce venga irradiata su tutto ciò che succede in noi e attorno a noi. Innanzitutto, evidenzia una consapevolezza del nostro essere, sensazioni, sentimenti che ora riusciamo a vedere chiaramente e che conducono alle emozioni, pensieri ed azioni dominanti. Questo poi si riversa nell’attenzione agli altri che hanno problemi simili ai nostri, aumentando così la nostra abilità di empatia e di compassione. Tutto ciò si estende anche al nostro intero ambiente. Questa attenzione amorosa si collega automaticamente al Divino, che è Amore, e nella meditazione possiamo “entrare nella corrente di amore tra il Padre e il Figlio”, come dice J. Main.

Sembra un paradosso che, per riuscire a portare la nostra attenzione fuori da noi stessi, abbandonare il sé durante la  meditazione, abbiamo prima di tutto bisogno di porre tutta la nostra attenzione sulla nostra vita quotidiana, esattamente su ciò che dobbiamo lasciare andare e trascendere  – il nostro ‘ego’, il nostro sé di superficie, quando non stiamo meditando. Abbiamo bisogno di comprendere appieno questo ‘ego’, altrimenti saremo bloccati nella crescita spirituale e ci impedirà di essere trasformati nella persona che Dio vuole che noi siamo. Se non facciamo questa pratica, saremo “mezzi svegli”  vivendo nei pensieri condizionati del passato o del futuro, piuttosto che il momento presente –  e il nostro ambiente o anche il Divino viene dimenticato. John Main sottolinea l’importanza di essere nel momento presente: “Quello che Gesù ci dice è che non c’è niente di peggio che essere mezzi svegli… Divenendo totalmente presenti in questo momento… entriamo nell’Eterno Ora di Dio.”

Nelle Scritture è molto chiaro che Gesù era totalmente conscio di chi fosse nella sua totalità ed era pienamente consapevole e presente agli altri e al suo ambiente. Egli osserva i gigli del campo, i passeri e la gente che ha bisogno di lui: il cieco nato, Zaccheo sull’albero e lo zoppo alla piscina. Questa consapevolezza di tutto e di tutti intorno a lui, permea il suo insegnamento e in questo modo, ci sta incoraggiando a fare lo stesso. Questa attenzione sul presente, sul Qui ed Ora, è una parte essenziale della pratica della consapevolezza, sia da un punto di vista secolare che spirituale. Entrambi favoriscono un aumento della consapevolezza di noi stessi, degli altri e del nostro ambiente circostante e ci aiuta a vivere nel mondo in cui ci troviamo e a trattare ed affrontare i problemi che stiamo vivendo. Ma la consapevolezza in un ambiente spirituale, ci porta poi più avanti lungo il percorso, rendendoci consapevoli di tutto il nostro essere/coscienza e che ci permette di sperimentare il nostro legame integrale con il Divino, che ci guida e dà significato e scopo alla nostra vita.

Kim Nataraja