Anno 1 n. 43 Insegnamenti settimanali 29 dicembre 2013

 Il deserto e il corso d’acqua

Il sentiero spirituale va dalla conoscenza di sé alla conoscenza di Dio, come abbiamo spesso sentito nelle parole di molti mistici o maestri spirituali.

Laurence Freeman in “Gesù il Maestro Interiore” afferma: “Ogni persona si conosce in modo unico e così in modo unico esprime la sua intuizione sulla natura non duale e semplice di Dio e del Sé. L’unione trasfigura ma non distrugge l’identità personale.”

La seguente storia Sufi descrive molto bene che cosa è necessario in questo processo: la storia inizia con una pioggia leggera che cade su un’alta montagna in un paese lontano. La pioggia è all’inizio silenziosa e sommessa, mentre scende lungo i pendii di granito. Via via accumula forza e rigagnoli di acqua rotolano giù sulle rocce e  sugli alberi contorti e nodosi che crescono lì vicino. La pioggia cade come deve fare l’acqua senza calcolare dove e come: l’acqua non ha mai il tempo di determinare il proprio modo di  cadere. Presto diventa pioggia battente  e rapide correnti di acqua scura confluiscono a creare l’inizio di un corso d’acqua. Il torrente si fa strada giù lungo il fianco della montagna, attraverso cipressi  e campi di lavanda e portulaca,  formando delle cascate. Si muove senza sforzo, schizzando contro le rocce — sapendo che una corrente che si rompe sulle rocce  canta nel modo più nobile. Alla fine, dopo aver lasciato le altezze della  montagna remota, il corso d’acqua si fa strada fino al confine di un grande deserto. Sabbia e rocce si estendono oltre la vista. Dopo avere attraversato ogni ostacolo nel suo percorso, il fiume pensa senza dubbio di oltrepassare anche questo. Ma quanto più velocemente le sue onde si gettano nel deserto, tanto più rapidamente spariscono nella sabbia. Non ci vuole molto prima che la corrente senta il sussurro di una voce, come se venisse dal deserto stesso, che dice “Il vento attraversa il deserto, e così anche il fiume.” “Sì, ma il vento può volare!” strilla il fiume, sparendo nella sabbia del deserto. “Non riuscirai mai ad attraversarlo in quel modo,” bisbiglia il deserto. “Devi lasciare che il vento ti porti.” “Ma come?” grida il fiume. “Devi lasciare che il vento ti assorba.” Ma Il fiume non riesce ad accettare tutto ciò perché non vuole perdere la sua identità o lasciare la propria individualità. Dopotutto, se si lascia andare ai venti, sarà mai sicuro di divenire di nuovo un corso d’acqua ? Il deserto risponde che il corso d’acqua può continuare il suo percorso, e forse un giorno persino formare una palude lì ai confini del deserto. Ma non potrà mai attraversare il deserto finché resta un fiume. “Perché non posso rimanere lo stesso fiume che sono ?” grida l’acqua. E il deserto risponde, saggiamente, “non puoi mai rimanere ciò che sei. O diventi una palude o ti dai al vento.” Il corso d’acqua resta a lungo in silenzio, in ascolto, in ascolto di echi di memorie distanti, sapendo che alcune sue parti  sono già state prese nelle braccia del vento. Da quel luogo a lungo dimenticato, piano piano ricorda come l’acqua può conquistare solo piegandosi, fluendo intorno agli ostacoli, trasformandosi in vapore se minacciata dal fuoco. Dalle profondità di quel silenzio, lentamente il corso d’acqua fa innalzare il suo vapore verso le braccia accoglienti del vento e rinasce verso l’alto, trasportato con facilità in grandi nuvole bianche attraverso la vasta distesa del deserto. Avvicinandosi a montagne remote ai confini estremi del deserto, il fiume allora comincia di nuovo a cadere come pioggia leggera. La pioggia è all’inizio silenziosa e sommessa, mentre scende lungo i pendii di granito. Via via accumula forza e rivoli di acqua rotolano giù sulle rocce e sugli alberi contorti e nodosi lì vicino. La pioggia cade come deve fare l’acqua senza calcolare dove e come. E presto diventa pioggia battente  e rapide correnti di acqua scura confluiscono a creare  – ancora una volta – le sorgenti di un nuovo corso d’acqua.

Kim Nataraja