Anno 4 n. 50 Insegnamenti settimanali 26 marzo 2017

Purificare le emozioni

Nella sua “Prima Conferenza”, Cassiano cita Abba Mosè, che risponde alle domande di Cassiano e del suo amico Germano circa la vita spirituale, e dice che “scopo della nostra professione è il regno di Dio o il regno dei cieli. Ma il nostro punto di riferimento, il nostro obiettivo è un cuore puro, senza il quale è impossibile per chiunque  raggiungere il traguardo “.

Questo “cuore puro” è esattamente l’obiettivo di Evagrio, insegnante di Cassiano, che nell’ ’osservare i pensieri’ – vede un modo per raggiungere uno stato dell’essere in cui le passioni sono state purificate. Ha chiamato questo stato: ‘apatheia’ – in seguito indicato da Cassiano, ‘purezza del cuore’. Per Evagrio pregare era il modo di seguire veramente Cristo e, quindi, non sorprende che abbia sottolineato come “l’obiettivo della vita ascetica è la compassione / amore”, vale a dire il Regno dei Cieli. Quando siamo ri-connessi con la nostra ‘purezza di cuore’ originale, siamo in uno stato di sintesi, armonia, integrità, e stiamo vivendo nella coscienza della Realtà Divina. ‘Apatheia’ pertanto non vuol dire ‘essere apatici’, essere privi di emozioni, ma significa uno stato in cui non siamo guidati o sopraffatti dalle emozioni disordinate / dai bisogni insoddisfatti. Una volta che le emozioni sono purificate di nuovo fino alla loro natura originale sono una pura espressione della divina misericordia /amore, cioè ‘agape’. Come Evagrio afferma: “Agape discende da ‘apatheia’… ‘Apatheia’ è il fiore dell’ascesi (della pratica spirituale). Il legame che Evagrio fa tra ‘apatheia’ e ‘agape’ dimostra chiaramente che non stiamo parlando di uno stato privo di emozioni, ma di emozioni che non sono inquinate da qualunque considerazione di sé. Thomas Merton ha espresso il significato di ‘apatheia’ come segue: “purezza di cuore, una resa incondizionata e totalmente umile a Dio, una totale accettazione di noi stessi e della nostra situazione… Ciò significa la rinuncia a tutte le immagini illusorie di noi stessi, a tutte le stime esagerate delle nostre capacità, al fine di obbedire alla volontà di Dio, come ci viene “. (La saggezza del deserto)

‘Osservare i pensieri’ e quindi ‘purificare le emozioni’ sembra un compito piuttosto arduo da intraprendere. Ma abbiamo già scoperto che la meditazione è un modo per la conoscenza di sé, per ri-scoprire il nostro vero sé in Cristo. La meditazione va pertanto oltre la ‘consapevolezza’ di sé, che molti vedono semplicemente come un modo per rilassarsi e affrontare meglio lo stress della vita. Essa ci rende consapevoli che siamo molto più che le nostre sensazioni, sentimenti e pensieri, ci aiuta a entrare in contatto con il lato spirituale del nostro essere. Non è qualcosa che raggiungiamo per mezzo di un nostro sforzo razionale. Tutto quello che possiamo fare è allenare la nostra attenzione e consapevolezza. Così abbiamo chiara la via verso la realtà spirituale superiore. Il discernimento, l’ispirazione e la guarigione sempre provengono da quella fonte. Questo è il motivo per cui Evagrio conclude l’indicazione di ‘osservare i pensieri’ con “e poi lascia che cerchi in Cristo la spiegazione dei dati che ha osservato”. Questo input della nostra mente superiore è indispensabile per una vera comprensione e  crescita.

Evagrio era ben consapevole del fatto che si tratta di un compito e che molti dei suoi monaci erano tentati di rimanere al primo livello di silenzio e relax o addirittura di rinunciare del tutto, come alcuni di noi meditatori può ben preferire di fare. Egli descrive questa tentazione come un attacco da parte del demone dell’accidia: “Il demone dell’accidia – chiamato anche il demone di  mezzogiorno è la causa dei più seri problemi in assoluto. Preme il suo attacco contro il monaco intorno alla quarta ora e assedia l’anima fino alle otto. Prima di tutto gli fa sembrare che il sole si muova a stento, se non per nulla, e che la giornata sia lunga cinquanta ore. Poi spinge il monaco a guardare costantemente fuori dalle finestre, a camminare al di fuori della cella, a guardare con attenzione il sole per determinare quanto siano lontane le nove [per il suo pasto principale della giornata], a guardare ora in questo modo e ora per vedere se forse uno dei fratelli compare dalla sua cella. Allora questo infonde nel cuore del monaco un odio per il luogo, un odio per la sua stessa vita per sé, un odio per il lavoro manuale. Egli lo porta a pensare che la carità si è allontanata dai fratelli, dai quali non arriva alcun incoraggiamento. Se dovesse esserci qualcuno a cui capita di offenderlo in un modo o nell’altro, anche questo, il demone lo utilizzerebbe per contribuire ulteriormente al suo odio. Questo demone lo spinge a desiderare altri luoghi dove più facilmente può procurarsi le necessità, trovare lavoro e raggiungere un vero e proprio successo personale. Egli continua a suggerire che, dopo tutto, non è il posto che piace al Signore. Dio deve essere adorato ovunque. Si unisce a queste riflessioni la memoria dei suoi cari e il suo precedente modo di vivere. Egli descrive la vita, che si estende per un lungo periodo di tempo, e mette davanti agli occhi della mente la fatica della lotta ascetica e, come dice il proverbio, non lascia nulla di intentato per indurre il monaco ad abbandonare la sua cella e a rinunciare alla sua battaglia. Nessun altro demone sta così alle calcagna [quando uno è sconfitto], ma è solo da questa lotta deriva uno stato di profonda pace e una gioia indicibile.”

Sono sicura che riconoscete alcune di queste reazioni quando si medita! Distrazione su  distrazione. Ma l’indicazione è quella di perseverare e ‘profonda pace e gioia indicibile’ sono il frutto del nostro percorso fedele e impegnato di meditazione.

Kim Nataraja