Anno 2 n. 47 Insegnamenti settimanali, 1 febbraio 2015

 Immagini come blocchi sul cammino spirituale

Le immagini di Dio sono un tale ostacolo sul cammino spirituale che vorrei citare alcuni esempi. Se siamo cresciuti con ‘Dio, il Padre’ e la nostra esperienza di nostro padre era lontana dalla figura di qualcuno che nutre – ci siamo sentiti rifiutati, criticati, abusati – questa immagine non ci darà la fiducia necessaria per lasciarsi andare ed entrare nel silenzio.

Non solo Dio sembra qualcuno da temere e da evitare, ma anche la nostra auto-immagine sarà indegna totalmente dell’ attenzione di Dio. Anche chiamando e pensando a Dio come ‘Madre’ in realtà non risolviamo questo problema – stiamo semplicemente sostituendo un’immagine con un’altra. Altre persone possono aver avuto la stessa esperienza di rifiuto dalla loro madre.

Gesù chiamò ‘Padre’ Dio, perché nella cultura e nella società ebraiche la famiglia è il centro della vita sociale e il rapporto padre / figlio è di primaria importanza. Usando quel nome il suo pubblico avrebbe saputo, quanto il suo rapporto con Dio era intimo e significativo per lui. Se Dio è visto come un giudice, diventa qualcuno da evitare piuttosto che qualcuno col quale relazionarsi, dato che molti di noi portano il peso di sensazioni di colpevolezza. “Dio è veramente incondizionatamente amore e perdono?” “Non mi troverà alla ricerca” Allora perché dovremmo entrare nel silenzio e metterci alla Sua Presenza? Perché dovremmo volerci mettere in una posizione in cui potremmo essere giudicati e respinti?

L’immagine di Dio come un giudice è molto comune anche ai giorni nostri. Alcuni di noi credono ancora che la nostra buona sorte sia una ricompensa di Dio perché viviamo una vita giusta e la nostra cattiva sorte sia una punizione per aver infranto i suoi comandamenti. Questa convinzione era così comune ai tempi di Gesù “che anche i suoi discepoli furono esterrefatti quando Gesù propose un modo radicalmente diverso di guardare sia la sofferenza che il benessere. La buona sorte, l’essere agiato e benestante potrebbero in realtà, ha detto, essere una maledizione sotto mentite spoglie. “(Laurence Freeman ‘Gesù, il Maestro Interiore) Essere cresciuto in una religione confessionale rigorosa, dove i diversi modi di preghiera non sono visti di buon occhio, può essere un vero ostacolo sulla strada verso il Divino. Potremmo davvero sentire che nel seguire la via della meditazione siamo sleali verso i nostri genitori. Questo, o ci ferma sul nostro sentiero, oppure continuiamo la nostra ricerca, ma sentendoci divisi dentro.

La nostra crescita spirituale è segnata da e si riflette nelle nostre mutevoli immagini di Dio. Ma noi tutti cambiamo in modi differenti. Dobbiamo quindi stare attenti a non calpestare le immagini degli altri. Giovanni Cassiano riporta nelle sue conferenze la storia di un monaco del deserto nel IV secolo, al quale fu detto di lasciar perdere l’ immagine antropomorfica che aveva di Dio. Lui obbedì, ma poco dopo sentiamo il suo grido lacerante di angoscia: «Oh me misero, che sciagurato sono! Mi hanno preso il mio Dio e io non ho nessuno a cui aggrapparmi, né so chi devo adorare o a chi rivolgermi! ” Solo perseverando con la meditazione sperimentiamo da noi stessi che la Realtà Divina che incontriamo nel silenzio della meditazione è d’amore e di accettazione di chi siamo, così come siamo. Le nostre azioni sbagliate saranno dissolte in un colpo dal perdono divino, come dimostra la parabola del figliol prodigo.

Kim Nataraja