Giovedì – terza settimana di Quaresima

La cosa buffa di un seme è che, sebbene contenga un embrione vivo, spesso appare vuoto. Tenendo in mano una manciata di semi si può avvertire, in questo inizio piccolissimo e fragilissimo, tutto il potenziale della cosa vivente nella quale, nelle giuste condizioni, si svilupperà. Tenevo in mano l’altro giorno dei gattini appena nati, ancora con gli occhi chiusi, mentre la loro madre adulta si aggirava per la cucina nel suo modo felino; non molto prima erano un minuscolo uovo fecondato. Legati al tempo come siamo, nel considerare che età abbiamo o quanto tempo ci rimane, ci dimentichiamo facilmente del continuum della vita nel quale inizio e fine, seme e raccolto, sono intrecciati.

Dapprima il seme produce minuscole radici, si apre e quindi il vuoto germina e cresce appieno. La saggezza orientale incorpora la complementarità di questi due evidenti opposti: “La pienezza è vuoto, il vuoto è pienezza”; il parallelo cristiano è la prima beatitudine: la povertà di spirito come collegamento vivente per entrare nel regno del cielo. E se il regno non è la pienezza, cosa lo è?

In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto (Giov. 12, 24)

La quaresima ci addolcisce fino a farci penetrare nel linguaggio del paradosso; la combinazione del rinunciare a qualcosa con il fare qualcosa di extra fa funzionare l’ascesi. Fisicamente mandiamo un messaggio in profondità alla nostra mente e se lo facciamo con l’intenzione giusta (per allenare non per punire) l’esperienza fisica viene interpretata; allora diveniamo consci di un modo diverso di vedere ogni cosa. Così la quaresima ci prepara per il più grande di tutti i paradossi sperimentabili dall’uomo: morte e resurrezione. Ieri ho sentito un brillante scrittore parlare sarcasticamente di quelli che lui riteneva i miti e i palliativi generati dalla religione. Il paradosso appare mancante di senso a meno che non se ne decifri il codice, e questo non può accadere solo intellettualmente. È la visione della fede.

Wittgenstein, non certo un intellettuale da poco, lo comprese:

La fede è fede in quello che è necessario al mio CUORE, alla mia ANIMA, non alla mia intelligenza speculativa; infatti è la mia anima con le sue passioni, come se fosse in carne ed ossa, che deve essere salvata, non la mia mente astratta. Forse possiamo soltanto dire: solo l’AMORE può credere nella Resurrezione; oppure: è l’AMORE che crede nella Resurrezione. Potremmo dire: l’amore che redime crede anche nella Resurrezione; si tiene saldamente anche alla resurrezione…

Sto facendo un balzo avanti di tre settimane, lo so. Ma la Resurrezione è nelle pieghe del significato della quaresima. E per prepararsi ad una visione più profonda di questi tre giorni drammatici della Pasqua, abbiamo bisogno di preparare la nostra risposta al paradosso. In fin dei conti, pervade ogni momento della nostra vita.

Il seme che muore per dare molti frutti: questa è un’altra chiave metaforica per aprire la porta su questa dimensione essenziale della realtà. È questa la morte che immaginiamo – la morte è davvero ciò che immaginiamo e temiamo – alla luce di questo paradosso? È una fine o una trasformazione? Una fine che diviene un principio? Non possiamo averne risposta a meno che non cadiamo nel terreno. Cadere significa lasciar andare, perdere il controllo.

Laurence Freeman