Giovedì della Settimana Santa

Beda Griffith era un grande sostenitore del Concilio Vaticano Secondo; c’era tuttavia una frase, in uno dei documenti, con la quale non era d’accordo; questa diceva che “la sorgente e il culmine”  della vita della chiesa è l’eucarestia. Amava l’eucarestia e la celebrava molto bene ogni giorno nel suo ashram in India, ma pensava che era più corretto teologicamente dire che la sorgente e il culmine della chiesa è lo Spirito Santo.

Le implicazioni diverse di ciascuna versioni sono grandi. Se è l’eucarestia il sacramento del quale le autorità ecclesiastiche controllano la forma della celebrazione, questo significa che la sorgente e il culmine della chiesa dipende dalla legge ecclesiastica e dai suoi legislatori; se invece diciamo che lo Spirito Santo è la sorgente e il culmine – beh, a quanta pericolosa libertà questo dà adito! Ove c’è lo Spirito, là c’è libertà.

Oggi, giovedì santo, ricordiamo – rendiamo presente rievocandolo con un atto focalizzato – il momento nel quale Gesù prese il pane e il vino e li chiamò sua carne e suo sangue. Sedeva a tavola per il pasto della pasqua ebraica con i suoi discepoli, non era in piedi dietro un altare. L’antico rituale di questa trasmissione vivente di saggezza era anche un pasto da consumarsi con amici e con la famiglia. Il pasto iniziò con un evento sorprendente e per alcuni scandaloso, quando Gesù insistette nel lavare i piedi dei suoi discepoli, che chiamava suoi amici, non suoi servi o discepoli. L’inversione di gerarchia riflette lo scatto che ha luogo in quello che divenne l’agape delle antiche chiese cristiane domestiche e, in secondo momento, il più formale sacramento dell’eucarestia. Il protocollo sacrificale era invertito; non era, come di solito nei sacrifici, offerto dal prete a Dio a favore della gente. Il sacrificio era la persona, che offriva il sacrificio, ed era auto-offerto alla gente attorno alla tavola; a nessuno di questi veniva rifiutato il pane e vino. Neppure Giuda fu escluso, non è così?

Se non ci accostiamo all’eucarestia, consci di questa radicale inversione di ruoli e di questa inaspettata inversione nell’idea archetipica del sacrificio, possiamo facilmente volgerlo in un ennesimo rituale religioso, che riafferma l’identità di gruppo con ruoli prevedibili, messi in atto di fronte ad un pubblico passivo. Purtroppo questo accade spesso; questo manca della sua natura mistica. Un modo per  recuperare, da questa banalità, il valore di nutrimento spirituale e il potere trasformativo della messa è quello di spalancare la sua dimensione contemplativa – di aggiungere silenzio, di condividere le letture in entrambe le direzioni, non solo come provenienti dal pulpito; e di meditare dopo il momento mistico culminate, dopo che il pane e il vino sono stati consumati.

Alcune chiese cristiane sottovalutano l’importanza dell’eucarestia, altre l’hanno sfruttata eccessivamente a spese di altri aspetti della preghiera cristiana. La mia personale esperienza è stata che, negli anni, sono giunto ad amare e accrescere la meraviglia per il rinnovato mistero dell’eucarestia. Più la condivido in modo contemplativo, concedendole tempo sufficiente, santo agio, ascoltando le letture e spezzando la Parola come spezziamo il pane, congiungendo la vera presenza nel pane e vino alla stessa presenza nel cuore di ciascuna persona presente, più essa mi tocca e soddisfa la mia fame e sete spirituale. E’ meditazione resa visibile.

Laurence Freeman