Domenica – quarta domenica di Quaresima

2 Cronache 36,14-16,19-23; Ef. 2,4-10; Giov. 3,14-21

Le persone si interrogano incessantemente con domande sull’esistenza di Dio e su come è Dio.

La Bibbia pensa che solo “colui che è stolto afferma nel suo cuore che non esiste un Dio nei cieli”. Ma dire all’ateo che è un persona stolta di certo non aiuta il dibattito odierno. L’importanza di credere in Dio oggi non è per evitare di essere bruciati sul rogo in un sistema di tirannia teocratica, ma di ricordare le domande altrettanto importanti sull’esistenza umana e sul suo significato.

Senza una connessione con il simbolo vivente della trascendenza non possiamo realizzare la nostra umanità.

La prima lettura usa la metafora familiare dell’ira di Dio che discende su coloro che sono infedeli all’Alleanza. È ancora una metafora che molti prendono sul serio perché offre una facile spiegazione del mistero della sofferenza e dà al credente un senso di superiorità su coloro che condanna per aver disobbedito a Dio. Se non decodifichiamo la metafora, finiremo per diventare talebani.

La seconda lettura aiuta a smontare questa interpretazione, affermando – in modo scandaloso per le persone di quel tempo – che facciamo un’ingiustizia a noi stessi pensando a Dio in questo modalità  punitiva. Possiamo solo iniziare a conoscere Dio attraverso la conoscenza di sé che, alla fonte, è l’amore di Dio per noi. Il testo dice che noi, l’umano, “siamo l’opera d’arte di Dio”. E che riceviamo la salvezza – il potenziale per arrivare alla pienezza dell’unità con Dio – attraverso la fede e come un “dono di Dio”. La domanda su Dio è sempre una domanda su noi stessi. Il modo in cui crediamo in Dio rivela ciò che pensiamo veramente di noi stessi. Siamo un colpevole e miserabile peccatore oppure una gloriosa opera d’arte? Se la risposta è la seconda, allora Dio deve guardarci come un artista guarda il suo capolavoro, non come un oggetto d’arte con sopra il cartellino del prezzo, ma come un’estensione di se stesso.

Come sempre, il Vangelo condensa tutte queste idee nell’unica, semplice domanda su Gesù e del suo significato per noi. In lui vediamo che Dio ama così tanto noi, la sua creazione, che non è capace di essere crudele nei nostri confronti. Al contrario, si umilia come fa un amante appassionato, abbandonando dignità e diritti, amando perfettamente l’opera incompleta. Se riusciamo a considerarci come la sua opera d’arte, ricevendo il dono della sua attenzione che crea continuamente, scopriamo cosa significhi veramente la perfezione umana.

L’artista si allontana dal suo lavoro e lo contempla. Interviene ma non interferisce con l’identità dell’opera che prende forma. Mentre è ancora imperfetta, se ne innamora. Mentre ci sta ancora lavorando, sa che la sua bellezza, la sua verità sono le sue proprie. Quale riposo sabbatico quando è finito. Quale lavoro perfetto quando guarda verso l’artista divino e dice grazie per avermi fatto.