Capitolo I della Regola – Le varie categorie di monaci

Capitolo I – Le varie categorie di monaci  (RB 1,1-13)

È noto che ci sono quattro categorie di monaci. La prima è quella dei cenobiti, che vivono in un monastero, militando sotto una regola e un abate.

La seconda è quella degli anacoreti o eremiti, ossia di coloro che non sono mossi dall’entusiastico fervore dei principianti, ma sono stati lungamente provati nel monastero, dove con l’aiuto di molti hanno imparato a respingere le insidie del demonio; quindi, essendosi bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento dell’eremo, sono ormai capaci, con l’aiuto di Dio, di affrontare senza il sostegno altrui la lotta corpo a corpo contro le concupiscenze e le passioni.

La terza categoria di monaci, veramente detestabile è formata dai sarabaiti: molli come piombo, perché non sono stati temprati come l’oro nel crogiolo dell’esperienza di una regola, costoro conservano ancora le abitudini mondane, mentendo a Dio con la loro tonsura. A due a due, a tre a tre o anche da soli, senza la guida di un superiore, chiusi nei loro ovili e non in quello del Signore, hanno come unica legge l’appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non gradiscono.

C’è infine una quarta categoria di monaci, che sono detti girovaghi, perché per tutta la vita passano da un paese all’altro, restando tre o quattro giorni come ospiti nei vari monasteri, sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola, peggiori dei sarabaiti sotto ogni aspetto. Ma riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è preferibile tacere piuttosto che parlare. Lasciamoli quindi da parte e con l’aiuto del Signore occupiamoci dell’ordinamento della prima categoria, ossia quella fortissima e valorosa dei cenobiti.

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Dopo le parole del prologo, molto persuasive e invitanti, ci troviamo davanti a ciò che si può chiamare uno schema, o un indice, dei possibili modi di impegnarsi. Benedetto ci presenta la realtà dell’impegno umano in un contesto monastico. Ci chiede: quale tipo di monaco vuoi essere? Più in generale la domanda potrebbe essere: quale tipo di contemplativo vuoi essere? Un’altra domanda, implicita all’interno di tutto il capitolo, è: quale relazione vuoi avere con il “mondo”?

Che cosa è il “mondo”? Forse un nome più adeguato potrebbe essere “sistema”. Il sistema non è fondato sull’amore. Il sistema serve a se stesso, serve l’ambizione; la sua strada preferita è la competizione, vede la vulnerabilità e la compassione come debolezze. È una visione basata sull’interesse individualistico, un interesse che non contempla il sacrificio.

Al cuore del sacrificio, c’è la decisione di consentire all’amore di abitarci. Il sacrificio è centrale per la “rivoluzione copernicana” dell’anima. Piuttosto di avere al centro l’ego, che è ciò a cui spinge il sistema, il sacrificio è un’azione che rimuove l’ego dal centro, mettendovi invece amore disinteressato, o quell’amore che per sua natura è disinteressato. Ciò è insieme rivoluzionario e normale.

L’amore ci chiede un “sì” pieno ai modi in cui esso si rivela. Solo allora avviene in noi questa rivoluzione dell’amore. L’ego vuol dire “sì” a modo suo. Non si fida del tutto che l’amore possa bastare. Non vuole vivere in balìa dell’amore.

Il cenobita si impegna con un “sì” totale. L’eremita è maturo per questo “sì”. Il sarabaita e il girovago sono nella migliore delle ipotesi tiepidi: il loro “sì” è sospeso, mutevole, instabile.

Il cenobita sta dicendo “sì” a un diverso sistema di relazioni (la comunità), a una struttura che c’è per salvaguardare e promuovere l’amore (la Regola), e a chi guida coloro che hanno scelto questo sistema e questa struttura (il leader della comunità, fra gli altri). La comunità, la regola e l’abate funzionano da contrappesi, offrono un’alternativa alla visione che ha al suo centro l’interesse personale. È una alternativa che, nel suo compassionevole impegno altruistico, suggerisce un modo di vivere che supera l’ego e che attinge al cuore.

Né il sarabaita né il girovago hanno la stabilità di una regola o la guida e l’esempio di altri che abbiano vissuto una regola. Essi vivono facendo riferimento a un’altra visione della vita. In essa, senza un contesto adeguato, senza la bussola di una regola e di una comunità amorevole, le distinzioni tra voglie (desideri) e bisogni diventano sfocate.

Tutti noi possiamo scendere a compromessi. Tutti noi possiamo, nella vita quotidiana, sotto l’influenza di interessi individuali prendere decisioni a detrimento di altri, spesso inconsapevolmente. Possiamo impigrirci ad ascoltare i nostri cuori. Cedere al male. Il timore di una ipoteca non pagata o di una famiglia con bisogni non soddisfatti potrebbe spingerci con facilità a compromettere la nostra integrità. Senza il saggio supporto e il discernimento di fratelli amorevoli possiamo cedere, poco per volta, alla convinzione che questi tipi di compromessi facciano semplicemente parte della vita.

Forse, nel lungo periodo, possiamo sentirci un momento entusiasti, un altro momento indifferenti, e col tempo pronti ad abbandonare il nostro impegno. Se il nostro primo “sì” è stato abbastanza solido e di cuore, forse vediamo che l’impegno non può basarsi sull’emozione del momento o su pensieri fugaci. Nel nostro impegno il desiderio è messo alla prova e la motivazione purificata. Quando questo succede è nato il nostro “eremita interno”: sufficientemente maturo nelle relazioni per mantenere la rotta dell’amore a mano a mano che la vita interiore progredisce.

La sfida della crescita in un “sì” pieno forma la virtù. Senza supporto e guida può essere facile tenersi sulla linea di minor resistenza, una linea che non richiede una riflessione su se stessi o non ci chiede di sentirci responsabili gli uni verso gli altri, con gentilezza e compassione. Qualunque impegno con gli altri, i nostri fratelli con le loro virtù e pregi unici, costituisce per noi una sfida, creando tensioni in noi e fra noi: questo ci rende sinceri. In questa sfida e in questa tensione la grazia porta alla virtù provata; con il risultato di entrare più in profondità nell’amore che è già in noi.

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale abbiamo l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. (Rom. 5, 1-5)