Capitolo 2.2: Le qualità dell’abate o della superiora

La regola di Benedetto

Che la madre superiora e l’abate ricordino sempre che, nel giorno del giudizio di Dio, non solo il loro insegnamento ma anche l’obbedienza della comunità saranno esaminati minuziosamente. La superiora e l’abate devono quindi essere consci che il pastore sarà considerato responsabile tutte le volte che il padrone di casa trova che le pecore non hanno portato frutto. Tuttavia, se essi hanno fedelmente custodito un gregge disobbediente, cercando sempre di emendare i loro modi insani, sarà un’altra cosa: il pastore sarà assolto al giudizio di Dio. Allora, come il profeta, essi potranno dire a Dio: “Non ho nascosto la tua giustizia nel mio cuore; ho proclamato la tua verità e la tua salvezza (Salmo 40, 11), ma essi mi hanno disprezzato e rifiutato” (Isaia 1, 2; Ezechiele 20, 27). Dunque alla fine, le pecore che si sono ribellate alla vigilanza saranno punite dal potere schiacciante della morte.”

I membri della comunità, nel loro ruolo e nella loro persona, accettano di dover essere coinvolti nella vita della comunità e che la vita della comunità si sviluppi in connessione con la loro. Ma dove, in tutto ciò, comincia e finisce la responsabilità per la propria vita? Può essere allettante lasciarsi andare al fluire della vita in comune e alle intenzioni della direzione comunitaria, trascurando di dare sufficiente attenzione ai bisogni che il proprio cuore sente. Spessissimo l’abnegazione può travestirsi per evitare verità più profonde; la meditazione e la comunità ci insegnano che ‘abnegazione’ significa semplicemente vivere con meno attenzione su di sé. Vivere in modo meno centrato su di sé significa essere più amorevole sia verso se stessi sia verso gli altri. Ciò a cui i nostri cuori anelano può talvolta venire sepolto sotto il cieco dovere e una mente piena di impegni.

Nella Regola è compito di chi guida la comunità aiutare i compagni, membri della comunità, a trovare l’equilibrio e scoprire le proprie responsabilità sia verso la comunità che verso se stessi. La responsabilità si sviluppa nell’azione reciproca tra il personale e il comunitario; il Divino vive e respira in questa miscela, quando mettiamo in pratica la nostra abilità di venire incontro sia ai bisogni comunitari sia a quelli personali. Quando la miscela è giusta, sia la comunità sia i suoi singoli membri sono in buona salute. La guida della comunità facilita e indirizza questo.

Spesso in questa ricerca di equilibrio, ci ribelliamo, ci impantaniamo, mentiamo a noi stessi. La crescita della responsabilità può essere una sfida tale, così grande che spesso la evitiamo. La guida è lì per riportarci sulla via della nostra responsabilità – per aiutarci ad ascoltarla e a risponderle. Si trova e si vive la libertà, quando la responsabilità è l’espressione del nostro cuore. Una sana conduzione comunitaria ci aiuta a scoprirlo.

I problemi nascono quando la guida cerca di essere responsabile al posto nostro, oppure non ha un sufficiente interesse ad aiutarci a sviluppare la nostra responsabilità; in questo caso è la guida stessa a non essere responsabile. Benedetto vuole capi responsabili: forniti di sufficiente saggezza per riconoscere la linea di cambiamento che la responsabilità prende, e tuttavia giudiziosi e sufficientemente discreti per agire quando la responsabilità è loro.

Una guida è uno che vive personalmente nella luce e nella misericordia di Dio. Niente è più importante di questo; nel vivere, attira altri in questa luce e in questa misericordia aiutandoli a viverci anch’essi. Questa luce scorge e rivela la verità nel comportamento e nell’intenzione; in questa luce vediamo che la crescita della responsabilità riguarda anche l’accettazione delle sue conseguenze e l’imparare da queste. Se scegliamo di non imparare, rischiamo la nostra fede, ovvero ci esponiamo al giudizio del Dio (o dio) che conosciamo.

È il giudizio di Dio (o dio) una condanna? Se la guida e la comunità vivono nella luce e nella verità che i Vangeli presentano, allora, ogni falso dio della punizione lascia il posto al Dio della misericordia e della compassione. ‘L’opprimente potere della morte’ diviene allora per il ribelle l’oscurità di un Dio sconosciuto; l’amore e la misericordia divini rimangono in larga misura non esperiti. La vita del ribelle non ha sufficiente amore e misericordia come contesto e appagamento; colui che si ribella non sa che non c’è niente da temere.

Forse ci puniamo con la paura e l’effetto che provengono dal deviare dall’amore? Di certo il nostro rifiuto, il nostro abbandono hanno un prezzo e ricevono una punizione sufficiente?

Lasciarsi alle spalle il sé, vivere in modo meno auto-centrato significa permettere il cambiamento di ciò che in noi disprezza, si ribella, rifiuta e punisce. Significa andare oltre l’egoismo, una eccessiva enfasi esistenziale sulla mente autocosciente. Sia la meditazione sia la comunità offrono occasioni per questo.

Negli atti di quotidiana gentilezza di una guida, qualsiasi essi siano – una tazza di tè, un sorriso caloroso, una parola tranquilla, un atto coraggioso di avvicinamento, un ritorno al mantra – la guida genera responsabilità indirizzando tutti coloro che vorrebbero vedere la luce e la verità dell’amore.

…egli si raddrizzò e rispose, ‘chiunque tra di voi è senza peccato può essere il primo a gettarle una pietra.’ Quindi si piegò di nuovo e scrisse sul terreno. Ora, nell’udire ciò, iniziarono ad andarsene uno alla volta, a cominciare dai più anziani, fino a che Gesù si ritrovò solo con la donna in piedi di fronte a lui. Gesù si raddrizzò e le disse:’Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?’ Essa rispose:’Nessuno, Signore.’ E Gesù disse:’Neanche io ti condanno. Va’, e da ora in poi non peccare più.’ “(Giovanni 8, 7b-11)